header06.jpg

Costume Maschile

Vestito Maschile
Vestito Maschile

Vestito Maschile

La giacca o "jaca" era piuttosto corta ed era un segno di ricercatezza dei benestanti, avere il risvolto del collo bordato di velluto ossia di "monzest" da Manchester, centro cotoniero e della fabbricazione dei velluti inglesi, ed i bottoni d'argento anziché argentati o d'osso.

Zentura de veludo
Zentura de veludo

Zentura de veludo

I pantaloni erano corti e piuttosto stretti, sotto il ginocchio erano fermati con fibbie d'argento o argentate; sul davanti avevano "el patelè la parte davanti del pantalone. Ricamato dalla fidanzate più brave. La leggenda racconta che con furbizia, ogni sera le ricamatrici facevano provare i pantaloni al fidanzato/marito, e così come Penelope, ogni notte disfacevano quello che di giorno ricamavano, così da poter riprovare più volte i pantaloni. Ogni città ha la propria parola per indicare questa zona (per esempio a Venezia lo chiamano el Pateon)." o brachetta, ricamato oppure no.

Erano sostenuti da una fascia di rete o di maglia, tubolare e lunga tanto da poter girare stretta ai fianchi e due tre volte attorno la vita; era anche larga allo scopo di sostenere e proteggere reni e ventre.

Da essa pendeva la famosa "borsa del tabacl’orologio con catena d’argento. I ragazzi buli avevano anche la cintura ricamata sempre dalla fidanzata e foderata da pelli di gatto o di coniglio.", fatta con una pelle conciata di gatto maschio, levata intera, che gli uomini attorcigliavano e facevano passare sotto.

Alla festa però, i giovani e gli uomini "buli" al posto della "Fasa" portavano una bella "zentura de veludocintura in velluto" ricamata, piuttosto larga foderata con pelle resistente o tela grossa di canapa o lino.

Calze
Calze

Calze

Le calze che arrivavano al ginocchio erano di lana bianca naturale e fermate con un cordoncino fornito di nappe rosse dette "mazocole".

Le scarpe basse, nere, a punta rotonda ed ornate da fibbie d'argento, o argentate, o d'ottone.

Panciotto o Gilè
Panciotto o Gilè

Panciotto o Gilè

Il "panciotto o gilèera un indumento senza maniche, abbottonato davanti. Guarnizione con la “Plus” camicia fatta con le maniche molto ampie di tela di canapa. Ricamato con fiori, con Gesù o con scritte sacre perché ai tempi erano molto parventi sulla schiena del gilet" era di seta tessuta a fiorami, bordato da una fettuccia di lana della tinta del disegno; la schiena era di tela di lino sui cui venivano ricamati a punto croce e con filo rosso la sigla di jesus, oppure il monogramma con la data di nascita, o addirittura due camosci stilizzati di fronte, etc.

La camicia era solitamente di canapa, ma anche di lino, a maniche larghe.

Il cappello di panno morbido e su per giù dello stesso colore del vestito, aveva le tese larghe ed un nastro rosso; l'altro copricapo, come abbiamo già visto, era un berretto di tela grossa di canapa, privo di visiera, cilindrico e basso per i giorni di lavoro, il quale per la festa diventava di velluto, foderato e tutto ricamato con filo bordò, marrone o blù.

Eccettuato qualche vero signore ed i molti "mede velade" de la Fiera, i paesani d'inverno usavano raramente "el gabanè un pastrano, tipico cappotto. Altri usavano la Mantelle nere molto calde, di mezzalana." specie di tabarro, tutt'al più qualche vecchietto malandato, che preferiva però ripararsi dal freddo, con la "mantela o la pelegrina" .

Come abbiamo osservato, la classe media si distingueva subito dalla camicia più semplice, in certi casi bordata da passamaneria, dai bottoni della giacca, dalle fibbie dei pantaloni e delle scarpe. La classe povera indossava una camicia ancora di più semplice fattura, priva di ornamenti, e per citare un particolare, le fibbie erano nere.

Dalmede
Dalmede

Dalmede

Molti, la maggior parte, si doveva accontentare delle "dalmede o sgalmere o galoze". La "dalmedascarpe di allora. Per gli uomini erano fatte con suole di legno, foderate di brocche, i tacchi con i ferri di cavallo si usavano per andare in montagna a prendere la legna, il fieno, etc. Erano antiscivolo, per guidare le stroze (slitte) e il trozat (slitta di legno per portare il letame). I ramponi erano nella punta e nel tallone." era una calzatura economica composta da una suola con tacco, ritagliate da un solo pezzo di legno che di solito era di faggio;questa suola detta "tapa" essendo isolante, teneva i piedi caldi ed asciutti d'inverno. Le "tapesuola in legno." venivano preparate dai contadini stessi durante l'inverno, nella "stuastanza dove si raccontavano le storie di una volta. Nel mentre si filava il lino o la canapa attorno al “fornel a musat”" o nel "filo'" con molta abilità. Quelle semplici, per le "dalmede" usate sul lavoro, erano senza linguella e si allacciavano con una stringa. D'inverno per non scivolare, venivano fornite di "feri" che erano modellati a ferro di cavallo con quattro punte e che venivano inchiodati o avvitati al tacco. Altri mezzi antiscivolo, specie per chi doveva guidare "strozeslitte" su strade gelate, erano i "rampoi" cioè punte che si conficcavano una ad una, di solito due nel tacco e tre "nte la palpa" (suola) oppure i "scarpei" che erano formati da un unico pezzo di ferro che veniva applicato in lungo sulla suola, "ligà co le zenturele" ed era fornito di sei denti dei quali i più resistenti erano chiamati "masalari".

Logicamente chi portava in giro simili calzature non poteva evitare di fare un rumore indiavolato e da qui si arrivò al significato di "sdalmeder" che significa uomo goffo e rozzo.

Per i bambini e per le donne anche i vecchi erano capaci di approntare delle "dalmede" eleganti e leggere che erano una meraviglia e che si usavano la domenica.

La "tomaia" era di pelle morbida, i suoi pezzi lungo le cuciture erano rifiniti "a copete" o avevano dei forellini ornamentali. "Na scarpa e'n zocol" dicevano i nostri antenati quando vedevano due cose messe insieme che stonavano, appunto perché la scarpa rappresentava "el sior" (il signore) mentre " el zocol" el "poret" (il povero). Altro modo di dire: "bisogna 'ndar coi piei te le scarpe", dicevano quando erano necessarie precauzione e prudenza.

Ma la nostra "dalmeda" in fondo ha rappresentato soprattutto il povero lavoratore.