La giacca o "jaca" era piuttosto corta ed era un segno di ricercatezza dei benestanti, avere il risvolto del collo bordato di velluto ossia di "monzest" da Manchester, centro cotoniero e della fabbricazione dei velluti inglesi, ed i bottoni d'argento anziché argentati o d'osso.
Costume maschile
I pantaloni erano corti e piuttosto stretti, sotto il ginocchio erano fermati con fibbie d'argento o argentate; sul davanti avevano "el patel" o brachetta, ricamato oppure no.
Erano sostenuti da una fascia di rete o di maglia, tubolare e lunga tanto da poter girare stretta ai fianchi e due tre volte attorno la vita; era anche larga allo scopo di sostenere e proteggere reni e ventre.
Da essa pendeva la famosa "borsa del tabac", fatta con una pelle conciata di gatto maschio, levata intera, che gli uomini attorcigliavano e facevano passare sotto.
Alla festa però, i giovani e gli uomini "buli" al posto della "Fasa" portavano una bella "zentura de veludo" ricamata, piuttosto larga foderata con pelle resistente o tela grossa di canapa o lino.
Le calze che arrivavano al ginocchio erano di lana bianca naturale e fermate con un cordoncino fornito di nappe rosse dette "mazocole".
Le scarpe basse, nere, a punta rotonda ed ornate da fibbie d'argento, o argentate, o d'ottone.
Il "panciotto o gilè" era di seta tessuta a fiorami, bordato da una fettuccia di lana della tinta del disegno; la schiena era di tela di lino sui cui venivano ricamati a punto croce e con filo rosso la sigla di jesus, oppure il monogramma con la data di nascita, o addirittura due camosci stilizzati di fronte, etc.
La camicia era solitamente di canapa, ma anche di lino, a maniche larghe.
Il cappello di panno morbido e su per giù dello stesso colore del vestito, aveva le tese larghe ed un nastro rosso; l'altro copricapo, come abbiamo già visto, era un berretto di tela grossa di canapa, privo di visiera, cilindrico e basso per i giorni di lavoro, il quale per la festa diventava di velluto, foderato e tutto ricamato con filo bordò, marrone o blu.
Eccettuato qualche vero signore ed i molti "mede velade" de la Fiera, i paesani d'inverno usavano raramente "el gaban" specie di tabarro, tutt'al più qualche vecchietto malandato, che preferiva però ripararsi dal freddo, con la "mantela o la pelegrina" .
Come abbiamo osservato, la classe media si distingueva subito dalla camicia più semplice, in certi casi bordata da passamaneria, dai bottoni della giacca, dalle fibbie dei pantaloni e delle scarpe. La classe povera indossava una camicia ancora di più semplice fattura, priva di ornamenti, e per citare un particolare, le fibbie erano nere.
Molti, la maggior parte, si doveva accontentare delle "dalmede o sgalmere o galoze". La "dalmeda" era una calzatura economica composta da una suola con tacco, ritagliate da un solo pezzo di legno che di solito era di faggio; questa suola detta "tapa" essendo isolante, teneva i piedi caldi ed asciutti d'inverno. Le "tape" venivano preparate dai contadini stessi durante l'inverno, nella "stua" o nel "filo'" con molta abilità. Quelle semplici, per le "dalmede" usate sul lavoro, erano senza linguella e si allacciavano con una stringa. D'inverno per non scivolare, venivano fornite di "feri" che erano modellati a ferro di cavallo con quattro punte e che venivano inchiodati o avvitati al tacco. Altri mezzi antiscivolo, specie per chi doveva guidare "stroze" su strade gelate, erano i "rampoi" cioè punte che si conficcavano una ad una, di solito due nel tacco e tre "nte la palpa" (suola) oppure i "scarpei" che erano formati da un unico pezzo di ferro che veniva applicato in lungo sulla suola, "ligà co le zenturele" ed era fornito di sei denti dei quali i più resistenti erano chiamati "masalari".
Logicamente chi portava in giro simili calzature non poteva evitare di fare un rumore indiavolato e da qui si arrivò al significato di "sdalmeder" che significa uomo goffo e rozzo.
Per i bambini e per le donne anche i vecchi erano capaci di approntare delle "dalmede" eleganti e leggere che erano una meraviglia e che si usavano la domenica.
La "tomaia" era di pelle morbida, i suoi pezzi lungo le cuciture erano rifiniti "a copete" o avevano dei forellini ornamentali. "Na scarpa e'n zocol" dicevano i nostri antenati quando vedevano due cose messe insieme che stonavano, appunto perché la scarpa rappresentava "el sior" (il signore) mentre "el zocol" el "poret" (il povero). Altro modo di dire: "bisogna 'ndar coi piei te le scarpe", dicevano quando erano necessarie precauzione e prudenza.
Ma la nostra "dalmeda" in fondo ha rappresentato soprattutto il povero lavoratore.